Di Pietro e la vera questione morale

Pubblicato: luglio 11, 2008 in di pietro, franco barbato, idv, mastella, udeur
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Certo nel bailamme istituzionale attuale, dove i diritti civili di un popolo stanno per essere azzerati ad uno ad uno dal popolo delle libertà  e delle immunità di silvio, parlare di uno come antonio di pietro potrebbe essere anche inutile. Ma la casta e l’anticasta quando danno evidenti segni di essere la stessa cosa, si perde anche l’ultima speranza che qualcosa possa cambiare.

Per fare tutto questo durante la “legislatura farsa” di Romano Prodi, abbiamo crocifisso Mastella e la sua famiglia (non senza ragioni), per l’indulto e soprattutto per la disinvoltura nella gestione del potere intrecciato agli interessi personali di Clemente e consorte.

Disamorato dalla politica, dopo aver partecipato ad una campagna elettorale di Franco Barbato, e dopo aver appurato che la composizione dell’elettorato che ci avrebbe votato era in maggioranza elettorato UDEUR, e che era li per gli stessi motivi che li teneva legati a  Clemente Mastella attraverso Tommaso Barbato, dopo alcune notti insoni mi sono congedato  (a tre giorni dalle elezioni, pur consapevole della vittoria elettorale, pagando il caro prezzo di non avere la solidarietà della mia gente, che ovviamente a me ha preferito l’onorevole, 848).

A 3 mesi da quella data dove ho incassato il pugno nello stomaco pi doloroso dellamia vita, e che mi ha insegnato definitivamente che non si puo mettere la propra vita tra le mani di persone che conosci da pochi giorni o fidarsi di loro, soprattutto quando alle spalle hanno onorevoli neo eletti e assessori provinciali, faccio il punto a mente fredda.

Voltafaccia continui, amici che diventano nemici nell arco di poche ore lasciando punti interrogativi grossi come montagne nel tuo cuore, perche ti eri fidato di loro.

Ma si sa in politica i puri (quelli veri) pagano, ed un po cazzimma è un must. Ma una sola cosa non mi è mai balenata nella mente: quella di aver sbagliato a lasciare il carrozzone che avevo messo in piedi.

Avevo visto bene, avevo visto lontano ed il tempo mi darà ragione. Impegnato nella campagna elettorale  non ho avuto il tempo di ascoltare quello che si diceva a proposito dell Antocri, la società immobiliare intestata ai figli di Di Pietro e tutta la vicenda per la quale di Pietro è stato sentito dai magistrati.

Nessun reato, per carità, almeno spero, le similitudini con Clemente Mastella sono troppe:

1) Tra il 2001 e il 2006 l IDV ha ricevuto Euro 22.366.000 di rimborsi elettorali dallo Stato.
2) Il 26 settembre 2000, nasce la libera associazione Italia dei valori Lista Di Pietro .
Oggetto sociale: La valorizzazione, la diffusione e la piena affermazione della cultura della legalità, la difesa dello stato di diritto, la realizzazione di una prassi di trasparenza politica e amministrativa .
3) quella Libera Associazione, trasformata poi in Partito politico, non si trova niente di tutto quello che dice. Partita con tre soci, l associazione Italia Dei Valori è diventato un partito a socio unico. Quindi, nessun accesso ad estranei alla visura di scritture contabili.
4) La storia di un giro di prestiti per l acquisto di immobili da parte di una società che fa capo alla famiglia Di Pietro. Tali immobili, di questa famiglia, sono poi stati affittati al partito IDV che versa affitti alquanto salati alla proprietà.

5) Veltroni ha imbarcato Di Pietro lo ha fatto per annettersi tutte le clientele dell Udc e dell’UDEUR in Calabria e in altre regioni del sud, visto che queste clientele stanno adesso tutte confludendo nell Italia dei Valori (Franco Romano, ex responsabile della Calabria, che lo ha praticamente accusato di essersi annesso tutte le clientele una volta appannaggio dell Udeur).
In pratica in zona qualcuno (che finge di essere l’anticasta e recita il copione che gli ha passato totò tr….fa ) è stato eletto con i voti di Tommaso Barbato, (me ne ero accorto c..zzo!!!).

6) il 27 febbraio Antonio Di Pietro è comparso in udienza camerale davanti al gip di Roma in veste di indagato per falso e truffa aggravata in relazione all utilizzo dei soldi pubblici incamerati dall Italia dei valori e dall ex organo di partito.

7) padre padrone che gestisce praticamente da solo un patrimonio di ormai 22 milioni di euro tra annessi e connessi. Senza che nel parito nessuno abbia diritto a metetre bocca su tutto quelloc he lui fa: dalle candidature agli acquisti degli immobili.

8) Nelle interviste si parla di una società, la Antocri (Anna, Totò e Cristiano sono i nomi dei tre figli di Di Pietro) che di fatto possiede case a Roma, a Milano, Bruxelles, Montenero di Bisacce e persino in Bulgaria e che quelle stesse case le da poi in locazione al partito, alla sede del giornale e agli uffici in cui si muove Di Pietro.

9) La tempistica sospetta degli acquisti degli immobili potrebbe fare pensare a soldi travasati dai contributi pubblici. Ma questo è tutto da dimostrare. Di fatto

10) Di Pietro ha tirato fuori quasi un milione e duecento mila euro cash negli ultimi anni solo per comprare gli appartamenti della Antocri tra Roma e Milano.

11) Sia come sia, l Italia dei valori, che è anche il nome di un altra società che ha interessi economici nel partito, è stata segnalata al Consiglio d Europa (ultimo atto della guerra giudiziaria tra Di Pietro e il Cantiere di Achille Occhetto) perché ad approvarne i bilanci, per milioni di euro di fondi pubblici, è di fatto un unica persona, cioè Di Pietro stesso.

12) Però adesso uno dei soci fondatori di allora, l avvocato abruzzese Mario di Domenico, ha fatto un esposto in cui Di Pietro viene accusato proprio di quelle cose che lui per anni ha rovesciato addosso a politici di destra e di sinistra per dimostrare che loro sono gli affaristi della politica. Sulla base dell esposto di Di Domenico è poi nata l inchiesta che è sfociata per ora nella udienza camerale del prossimo 27 febbraio in cui di Pietro è formalmente indagato. Di Domenico è uno che la sa lunga e ha raccontato come dal 5 novembre 2003 l associazione partito sia diventata una cosa privata di Di Pietro. Con esilaranti particolari di assemblee sociali in cui Di Pietro parla, interloquisce e obietta tutto da solo e alla fine approva i bilanci.

13) il metodo Di Pietro non ha assolutamente nulla da invidiare a quello Mastella: prima si diceva delle clientele calabresi passate in blocco dall Udeur all Idv, ebbene non è da dimenticare che all interno di questi uomini ce ne sono alcuni che il Di Pietro che va a fare il predicatore da Santoro non farebbe passare sotto silenzio qualora si trattasse di gente presente in altri partiti.

14) Però per sè stesso fa un eccezione. Come nel caso dello stimatissimo avvocato Armando Veneto, ex Udeur ora maggiorente Idv in Calabria, che nel 1979 aveva tenuto l orazione funebre del boss Girolamo Piromalli, detto Momo. Di questo fatto ormai si parla persino nei libri di storia, come quello del professor Enzo Ciconte, uno dei massimi esperti della ndrangheta esistenti in Italia e consulente della stessa commissione parlamentare antimafia.

avevo visto ed ho agito senza fare calcoli, IDV= UDEUR ed io ho passato.

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commenti
  1. RobinHood ha detto:

    Leggete quello che combina Francesco Pinto Pubblico Ministero di Genova e lasciate un commento……
    Nel Procedimento penale 1067/96 presso il Tribunale di Genova denominato scenograficamente “assicuropoli” il P.M. dott. Pinto ha corrisposto al CTU sig. Roberto Peroncini 700 milioni di lire per una consulenza che e’ stata accertata valere circa 55 milioni li lire. Con un errore di circa 650 milioni di lire !!!!!!!!!! Ma il PM non e’ nuovo alla commissione di costosissime quanto inutili perizie.

    Il citato PM infatti nel proc. pen 1067/96 ha deciso di avvalersi della collaborazione di tale Roberto Peroncini attribuendogli, a seconda delle situazioni, la qualifica di ausiliario del Pubblico Ministero o CTU; attività peraltro incompatibili.
    Sostanzialmente il compito del Peroncini è stato quello di inserire i dati di innumerevoli sinistri in un database al solo fine di verificare la ricorrenza dei nomi nelle varie pratiche (medici, avvocati, liquidatori, ecc.).
    Su un articolo apparso sul quotidiano “Il Secolo XIX” è stata riportata una intervista al dott. Pinto nella quale egli afferma di non avere conosciuto precedentemente il Peroncini presentatogli dalla Polizia Giudiziaria quale esperto di informatica.
    La esperienza informatica di tale soggetto non è poi risultata così approfondita in quanto lo stesso, per la configurazione del noto e diffuso programma Microsoft Access, ritenuto necessario per la realizzazione del database, si è rivolto all’ ing. Michelini come risulta dal decreto di liquidazione n 1067/96/21 del 6/11/1997 per complessive lit. 288.060.636 di cui lit. 17.900.000 appunto per il sopra citato professionista .
    Sempre all’Ing. Michelini sono stati liquidati ulteriori Lit. 5.950.000 con decreto del 6/11/1997 ed ulteriori lit. 1.843.200 con decreto del 22/10/1998.
    Lo stesso Peroncini ha parcellato anche l’acquisto di computer e scanner strumenti dei quali un esperto di informatica non può non essere in possesso.
    Costui quindi, come descritto nel decreto di liquidazione del 9/12/1997, si è avvalso di sub collaboratori tra i quali tale Cap. Contini il quale mi risulta che avesse in precedenza svolto incarichi per conto di alcune compagnie di assicurazione costituitesi parte civile nel processo.
    Complessivamente il Pubblico Ministero ha liquidato al Peroncini, con dodici distinti decreti emessi nel periodo dal 6/11/1997 al 13/1/2001, la somma di Lit. 704.088.361 effettuando le notifiche di tutti i decreti agli interessati solamente nel mese di gennaio 2002 ad un anno dalla emissione dell’ultimo ed a oltre quattro anni dalla emissione dei primi due che, da soli, riconoscevano al Peroncini oltre 420 milioni di lire.
    Le liquidazioni in favore del consulente sono inoltre state illegittimamente effettuate prima delle comunicazioni previste dall’art 11 c. II L 319/80.
    Infatti l’art.11 c. IV della L.319/80 (vigente fino al 1 luglio 2002) prevedeva che solo nel processo civile il decreto fosse provvisoriamente esecutivo nei riguardi della parte a carico della quale era posto il pagamento, mentre, nel processo penale, il decreto diveniva esecutivo (e poteva essere emesso l’ordine di pagamento) solo all’esito della scadenza dei termini per l’opposizione e, quindi, solo quando tutte le parti, oltre il beneficiario, ne erano venuti a conoscenza ai fini dell’opposizione.
    ( Cass. 17 gennaio 1997, n. 448, in CED, Cass.; n. 501816, secondo la Suprema Corte in tema di compensi agli ausiliari del Magistrato, dal disposto dell’ art. 11 l. 319 del 1980 e dall’ art. 29 l. 794/41 si desume che il provvedimento di liquidazione del compenso ha carattere giudiziale, suscettibile di acquisire valore di giudicato in caso di mancata opposizione. In base all’ art. 11 c. IV L. 319/1980 solo nei procedimenti civili il decreto costituiva titolo provvisoriamente esecutivo nei confronti della parte a carico della quale era posto il pagamento.)
    Il ritardo nelle notifiche ed il pagamento anticipato rispetto alle stesse hanno causato, sia un analogo ritardo nella possibilità di radicare la procedura prevista dall’art. 11 c. V l. 319/1980, che consente il ricorso avverso il provvedimento di liquidazione entro 20 giorni dalla comunicazione, sia l’impossibilità di attivazione del rimedio di cui all’art. 11 c. VI che avrebbe permesso al Tribunale, su istanza dell’opponente, la sospensione provvisoria dei pagamenti. Istanza che certamente sarebbe stata accolta alla luce della accertata macroscopica sproporzione tra il dovuto ed il liquidato (56 milioni su 704).
    Con ordinanza del 20/2/2003 il Tribunale accoglieva le opposizioni affermando che le attività svolte dal Peroncini erano nella quasi totalità di esclusiva competenza del Pubblico Ministero (esemplificativo è il seguente quesito “ se i danni di rilevante entità per le imprese di assicurazione siano conseguenti anche ad ipotesi associative tra gli indagati…..) o della Polizia Giudiziaria (i presentatori del Peroncini) e che la somma ritenuta congrua ammontava a circa 56 milioni di lire (circa l’8% del liquidato) disponendo la trasmissione della ordinanza alla Procura Generale presso la Corte dei Conti sezione Liguria.
    Contro tale provvedimento è stato proposto ricorso per Cassazione da parte della Procura e del Peroncini.
    La Suprema Corte ha confermato l’ordinanza emessa dal Tribunale di Genova confermando che al Peroncini erano stati liquidati in eccesso circa 650 milioni di lire.
    Nella causa radicata dal Ministero per il recupero delle somme (circa 700 milioni di lire erroneamente pagati dal PM Pinto al suo CTU ) nei confronti del Peroncini quest’ultimo ha indicato come teste…………………… proprio il Francesco Pinto!!!!
    Allo stato la situazione e’ la seguente: lo Stato ha 700 milini in meno ed il Peroncini 700 milioni in piu’. Poi si dice che le casse del Ministero di Giustizia piangono!
    Peraltro lo stesso dott. Pinto ha condotto l’indagine relativa al proc. pen. n. 9477/00 R.G. not. reato (92/01 R.G. G.I.P.) che riguardava la falsità di una serie di autentiche di firme di elettori effettuate da addetti alle Cancellerie delTribunale di Genova in occasione della presentazione delle liste alle elezioni comunali di dell’autunno 1997.L’indagine era partita da un esposto dell’ottobre 1997 ed ha riguardato la verifica di migliaia e migliaia di firme delle quali circa 2.000 sarebbero risultate apocrife.
    Il reato contestato dal P.M. era quello di cui all’ ari 479 c.p. (falso ideologico in atto pubblico commesso da pubblico ufficiale) nonostante che secondo giurisprudenza totalitaria della Cassazione (le poche sentenze sono tutte concordi e non ve n’è neppure una contraria) dovesse invece applicarsi alla fattispecie l’art. 90 del D.P.R. 570/1960 che costituiva norma speciale (inerente qualunque falso commesso nelle operazioni elettorali) rispetto a quella generale di cui all’art. 479 c.p.-.
    Tale “reato elettorale” si prescriveva in anni due ex art. 100 D.P.R. 570/1960. Donde
    alla data dell’ottobre 1999, in difetto di qualunque comunicazione agli indagati (e quindi anche di qualunque atto idoneo ad interrompere la prescrizione), il reato era da considerarsi prescritto. Orbene, come si evince anche dal numero di ruolo del processo (9477/00), l’iscrizione degli indagati nel relativo registro è avvenuta nell’anno 2000, cioè quando la prescrizione era già ampiamente maturata.
    Il fatto che il reato fosse prescritto è indubitabile in quanto persino la Corte Costituzionale in una propria ordinanza di rigetto di una eccezione di incostituzionalità aveva statuito che l’art. 90 DPR 570/1960 era norma speciale che derogava a quella generale di cui all’art. 479 c.p.- Nel corso delle indagini e con la prescrizione se non già maturata comunque ormai ineluttabile il P.M. ha disposto
    consulenza tecnica di parte nominando tré diversi consulenti grafologici cui ha dato incarico di verifìcare tutte le firme oggetto di sospetto.
    La consulenza è costata centinaia di milioni e la conclusione è stata poi quella, inevitabile, della prescrizione come da sentenza del G.I.P. in data 23/3/01. Altra spesa inutile sempre ad opera del PM Pinto!!!!
    Con riferimento agli esborsi effettuati dall’Erario su decreti di liquidazione emessi dal P.M. Francesco Pinto ritengo opportuno segnalare quanto è emerso dalla lettura del quotidiano “Il Secolo XIX” relativamente al procedimento penale sorto a seguito dei fatti criminosi avvenuti durante il G8 di Genova .Il dott. Pinto era il Pubblico Ministero di turno la notte dei fatti del G8 di Genova nel corso della quale è stato effettuata l’incursione da parte della Polizia nella scuola Diaz ed Il Secolo XIX ha riportato una discordanza di versioni fornite dal Dott. Spartaco Mortola (capo della DIGOS) e dal Dott. Pinto al Sostituto Procuratore dott. Enrico Zucca circa il numero di telefonate tra loro intercorse. Il Dott. Mortola avrebbe riferito di avere sentito telefonicamente il Pubblico Ministero di turno dott. Pinto numerose volte mentre quest’ultimo avrebbe affermato di aver parlato al telefono con Mortola una sola volta. Il P.M. dott. Zucca, non nutrendo dubbi su quanto affermato dal collega dott. Pinto, avrebbe richiamato il Mortola il quale avrebbe confermato la sua versione. Da un accertamento eseguito su richiesta del Mortola, nell’ambito di una indagine a suo carico per falso e calunnia, sembra emerso che nessuna telefonata ci fosse stata tra il suo cellulare del ed il cellulare in uso al P.M. di turno. Da una ricerca più approfondita sembra emerso, al contrario di quanto dichiarato dal dott. Pinto, che ci siano state una decina di telefonate tra il cellulare del Mortola ed il cellulare privato di tale Magistrato per una durata complessiva di 49 minuti e 57 secondi. In una intervista apparsa sullo stesso quotidiano risulta che il dott. Pinto avrebbe giustificato la “discordanza” tra le affermazioni rese e la realtà dei fatti emersa affermando “ più chiamate non fanno una vera telefonata” frase che non merita commenti ed alla domanda circa la scelta dell’uso del cellulare privato per parlare con il Mortola il dott. Pinto avrebbe risposto “sono un funzionario dello Stato e sono anche attento a non gravare sulle spese dello Stato; c’erano tantissime telefonate da fare e ho responsabilmente deciso di farle con il mio telefonino privato”. E’ inevitabile mettere in relazione tale frase con quanto riportato precedentemente . Vale la pena richiamare quanto riportato da Il SecoloXIX circa lo stato d’animo del P.M. Zucca dopo avere appreso la realtà dei fatti: “vado a mangiarmi un riso in bianco che ho mal di stomaco”.
    Vale la pena precisare che il citato PM Francesco Pinto e’ presente settimanalmente con foto sulle pagine de Il Secolo XIX per le sue mirabolanti indagini…………….

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